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Sant'Ignazio nei garretti
Lettera a Gino Bartali

di Gianni Brera

La straordinaria lettera che pubblichiamo fu scritta da Gianni Brera a Gino Bartali.
Cfr."Gianni Brera, Incontri e invettive", Longanesi, Milano, 1974

A Gino Bartali.

Da qualche anno, conoscendoti meglio, mi sono fatta la convinzione che tu sia una specie di Bertoldo devoto. Non sei, intendo, il "Tartufo" ipocrita e astuto che una morale ormai fuori del tempo costringe a irritante doppiezza: quando ti chiamo frate Cipolla, pensando alle margniffate di quel personaggio boccaccesco che tu forse non sai, voglio semplicemente coprire una mia debolezza.

Dopo averti quasi detestato, quale paradigma di un italiano che mi sembrava mostruoso, ho scoperto di volerti molto bene. Il paradigma dell'italiano mostruoso somigliava un po' a tutti (me compreso) e può essere per questo che, scoperta la cosa, ho preso a vederti con simpatia, a trattarti quasi da amico. Qualcuno garantisce che si nasce incendiari e si muore pompieri. Prima si vorrebbe bruciar tutto, poi impedire che tutto bruci: perché "lo nostro particulare" ne soffrirebbe. E io sto avvicinandomi di buon passo all'idrante, ma intanto vedo te e molti, molti altri sulla scala più alta. E' l'unica giustificazione morale, benché un poco meschina.

Poi, c'è che sei quasi povero (come me, che non ho mai guadagnato milioni a centinaia e nemmeno a decine). Non so bene se tu l'abbia reso noto per astuzia contadina, giusto il paragone con Bertoldo, ma il fatto che tu abbia voluto sguarnire un mito, dicendoti povero, ha finito di conquistarmi. I grandi che falliscono sono sempre molto simpatici. Deve essere istintiva nell'uomo piccolo questa propensione per i vinti.

Annibale e Napoleone furono fra i più irriducibili sfruculiatori che la storia ricordi. Annibale creò un impero sulla strada dell'invasione in Italia e sbagliò tutto; Napoleone fece ancora peggio, perché la Francia si sarebbe salvata se avesse evitato i cento giorni. Ma quel còrso megalomane fece suonare per sé tutte le campane e condusse l'ultimo esercito a Waterloo. Tuttavia, noi ricordiamo Annibale e Napoleone come due genii. A tuo modo, sei tu pure un genio muscolare. Non Binda né Guerra, né tanto meno Coppi. Sei il cursore di maratona che non stramazza mai, e non per sé grida vittoria, ma per Iddio nostro Signore, per santa Teresa del Bambin Gesù, per san Domenico del quale sei terziario.

"Brutt bojon", ringhiava Eberardo Pavesi mentre con tanta unzione posavi le ginocchia sul freddo marmo delle cattedrali. "Su de lì Ginetto, fa' minga el bamba, che così ti freddi i muscoli". Hai avuto molto coraggio nell'esser pio. Questo è il lato più eroico. Tutta una civiltà si è delineata e poi espressa nella lotta alle genuflessioni troppo vistose. La liturgia non fa sempre vangelo, come tutti sanno, e Starace non ha proprio inventato nulla offrendo strani paludamenti agli italiani. Anziché esibire pugnali (dal taglio falso) tu baciavi reliquie. E la difficile conciliazione della morale con la vita corrente era espressa dalla tua rabbia agonistica. Non la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri. Ignazio ruggiva cattolicesimo nei tuoi garretti all'apparenza esili; digrignava amore nei tuoi occhietti all'apparenza miti.

Finì che ti convinsero d'una missione divina. Non più spade, non roghi santi. Il cavallo di Sant'Ignazio era di acciaio: i suoi zoccoli frusciavano come seta sull'asfalto. Avresti confuso eretici e infedeli con le tue gesta, ogni tua vittoria sarebbe apparsa miracolosa. Mai ritirarsi, pregare, pur nell'automatismo folle e ossessivo della pedalata. Mai ritirarsi, invocare il miracolo. Iddio ti avrebbe soccorso, santa Teresa e san Domenico avrebbero interceduto, alla lunga, perché il miracolo avesse luogo. Non risulta che tu abbia sofferto un ritiro per il solo fatto che si delineava una sconfitta. Fausto Coppi, battuto, sterzava ai margini. Era però una forma di onestà troppo aperta per non apparire ingenua; era anche una forma di egoismo, perché il ritiro sottintendeva una scusa tecnica o fisiologia: il vincitore non avrebbe avuto la soddisfazione di battere il miglior Coppi.

Tu, per contro, miracoli ne hai realizzati a decine. I tuoi recuperi sono favolosi. Al diavolo se la irresistibile cavalcata dietro a Cecchi risulta compiuta alla media di quasi trentatré orari: il fatto consiste: è più che eroico: si attacca al misticismo... dinamico. Giosuè suona la tromba e le mura di Gerico, minate dal buon Dio, si disfanno in polvere e calcinacci. Fausto Coppi prepara lo spunto decisivo al Capo Berta: fora una gomma, spende il meglio per rientrare e deve tenere le ruote: così si arriva a Sanremo in millanta: suona la tromba di Ambrosini e i muscoli di Van Steenbergen, minati da santa cotta, si sfilacciano come vecchie pezze: un omino ingobbito sfreccia dalla sua ruota esausta. La fotografia dell'arrivo ritrarrà l'organizzatore della Gazzetta sospeso a mezz'aria, come non avrebbe mai saputo se fosse stato idoneo al servizio militare: anche lui, Torriani, sta sulla scala più alta: anche lui ha molto gridato al miracolo. Ma la tua ultima vittoria a Sanremo non è altro.

Il vecchio ciclismo muore. Coppi lo sta asfissiando. E' continuo mezzofondo, a medie orrende. Ma come ridiventa dura fatica, tu ripeti il miracolo. In Francia hai vinto nell'anno più esaltante dell'Era (così si pompava, con idranti romagnoli): M. Lebrun consegna nello stesso 1938 la coppa del mondo a Meazza, la maglio gialla a te, non so che nastro al cavallo Nearco, che ha vinto l'Arc de Triomphe. "Ils gagnent tout, ces Italiens." M. Lebrun era simpatico e sportivo, ma il riconoscimento sapeva di deprecazione a denti stretti: e anche questa era generosità, sebbene forse inconscia: perché la deprecazione d'un francese esaltava due volte gli italiani di allora. I fratelli si dividono i campi del padre e automaticamente si trovano ad essere rivali. Noi e i francesi abbiamo spartito molto in passato.

In guerra non sei stato. Fu già molto che t'abbiano messo in divisa. Il tuo cuore stringeva e dilatava con sorniona indolenza. Non fosse stato per il comico della cosa, il colonnello medico avrebbe onorato la scienza con un paradosso: e ti avrebbe riformato per insufficienza cardiaca. A tuo modo rientravi tu pure nei fenomeni fisiologici. Questo sembra fatale a un certo livello dell'agonismo. Meazza aveva le spallucce del polmonare. Coppi lo sterno carenato degli uccelli. Tu il cuore sornione, che non avvertiva, si sarebbe detto, i tuoi stimoli, e pompava indolente, senza accelerare mai. Di Baldini so che ha lo stomaco del ciabattino. Io non ho proprio nulla, forse per questo non sono un campione.

Ti ho visto la prima volta in Gazzetta, nel 1945. Eri con Bini e Leoni (mi sembra). Di mutargnone che eri, secondo la favola avviata a divenir mito, avevi preso a far chiacchiere con la rabbiosa facondia del toscano. Guido Giardini disse: "Ora che ha smesso di andare forte, l'è diventaa on cicciaron". Ma forte andavi ancora. Ti rifacevi semplicemente di tanti anni austeri. Avevi preso moglie. Eri un uomo, non un santo. E le tue vittorie dividevano felicemente gli italiani, come è destino che avvenga, ma li dividevano per l'aperitivo, raramente per le busse. Il papa ti riceveva anche in maniche di camicia.

Il giorno in cui spararono a Togliatti, la gente corse a sentire la radio del Tour anziché assaltare le prefetture. Fosti additato come salvatore della patria. Gli italiani sono tali personaggi che praticano il masochismo nazionale con invincibile pertinacia. Pensa che popolo di gonzi sarebbe il nostro, se fossero esatti i giudizi che noi ne diamo! A Sanremo ti raggiunse la moglie, durante quel Tour. Come venisti sconfitto, il giorno seguente, fiorirono le più belle deprecazioni che mai siano state fatte della donna. Anche questo usa molto, in Italia. Satana è un finto maschio. C'è perfino da sospettare del nostro slancio virile, se l'avversione per la donna è sincera. E' invece molto dubbio che lo sia: ma... vade retro!

Binda dice: "Bartali non è come il vino, che invecchiando migliora". Ma santa Tersa e san Domenico sono presso il tuo talamo di devoto. La sedatio concupiscentiae è ammessa per tutti, fuorché per i poveri preti: e tu sei laico. Si rovescino allora le cateratte del cielo, schiattino i fulmini, rumoreggino i tuoni sull'Izoard: venga umiliata la protervia del Golia francioso! Nei tuoi garretti fiammeggiano tendini che ripetono le corregge della fionda di David. E' il finimondo, il Bondone avanti lettera. Le tue gambette asciugate dai chilometri mulinano assidue: il nasone fa del tuo volto una maschera tragica: la bocca è larga e smorfiata, le labbra tumide. Ho negli occhi un reggimento di Chasseurs des Alpes con il passamontagna di pelo: le torve nubi del colle; la neve dell'inverno passato ai margini; lo sfarfallio di qualche fiocco misto alla pioggia; i refoli di vento che immiseriscono i nostri pochi ricordi alpini. E quell'omino che tu eri a danzare sui pedali, implausibile mostro in uno scenario così grandioso (per la natura) e così meschino (per tutti noi).

Fu l'ennesimo miracolo. Fausto Coppi non poteva più uscire di casa. Egli aveva rifiutato l'avventura, la gente gli faceva il tuo nome. Dal suo coledoco, la bile era spruzzata come da un gicleur. Vi odiavate con sana ferocia. Lo struggle for life umiliava inconsciamente in te ogni nozione creazionistica. Non avevi letto il Vangelo, non te ne ricordavi. Le preghiere erano un vizio labiale. La dialettica materialistica era più attuale in te, cattolico osservante, che nei laboratori dove stava nascendo lo Sputnik. Ah, come si esaltava l'italiano alla vostra avversione. Quanti fiumi di aperitivi scorsero fra i tavolini. Quante esecuzioni capitali vennero simboleggiate dalle orribili scommesse. Nel medioevo, non si sarebbe trattato di simboli. Ma questo era ciclismo.

Il Tour del 1949 fu un'apoteosi (come si dice). Tu e Coppi a ripetere il '48. Lui superiore due volte. E quante frottole sapesti raccontare a difesa. Che inconscio agiografo eri di te stesso. Coppi ti lasciava andare e gli altri marcavano lui: poi scattava a raggiungerti. Penso alla tua desolazione di vecchio atleta e mi commuovo. Coppi era il cuculo che nasceva nel tuo nido di trionfante colomba. Ve l'aveva messo quel sadico di Pavesi. Già nel 1940 ti aveva sottratto un Giro che, senza di te, mai avrebbe potuto vincere. Il campione che traccheggia e lascia andare l'allievo non fa mai novità nel ciclismo. Coppi sbatté via Petrucci dalla Bianchi alla seconda Sanremo vinta in quel modo.

Ora il campione più giovane secondava il vecchio lasciandolo partire. E l'acchiappava come e quando voleva. A Grap ti diede la vittoria. Ad Aosta non ti attese quando cadesti su La Thuile. E perché avrebbe dovuto farlo?Nacquero polemiche famose. Il terreno in cui erano messe a giacere non poteva essere più fertile. Sarebbero scesi in lizza anche i frati. Ci fu perfino un goffo tentativo di spostare la lotta sul piano politico. Ma Coppi era già ricco, e si sentiva molto in armonia con le autorità costituite. Così seguitaste a odiarvi in pubblico e in privato, ma senza obbedire a scudi che non fossero coniati dalla zecca.

Nel 1950 Koblet rifece il Coppi giovane ai vostri danni. Dice che avresti potuto comprarlo ma che la costante fiducia nel miracolo consente di essere avari senza vergogna. Il miracolo non avvenne. Koblet trionfò a Milano. Su di te solo. Coppi era caduto. Si era fratturato il bacino coricandosi a trenta orari. Era logoro. La fortuna lo soccorreva, al solito, tragicamente. Stando in letto preparava il 1952, che fu più facile per lui del '49.

Tu andasti al Tour nel 1950 e l'avrebbe vinto Magni: garantito che l'avrebbe vinto se tu non avessi tagliato la corda. Mi vado sempre più convincendo che i fatti dell'Auspin vennero montati da Virginio Colombo, una sorta di Cagliostro piccolo di statura. Inventasti anche la vecchia armata di coltello; e poi l'auto nera, omicida (fuori dal tuo inconscio ancora atterrito per la morte tragica del fratello).

La notte presi parte alla commedia. Parlavi un francese da rotolarsi per terra. Fumavi le mie gauloises con la torva tenacia dell'autolesionista. Magni aveva in testa il berrettuccio giallo e stirava la bocca in smorfie cattive. Ti avrebbe volentieri preso a pugni, lui come tutti. Goddet e Binda ti imploravano. Ambrosini e io ti davamo gauloises e manate sulle spalle. In realtà, orinavi sangue e non avresti neppure finito da vinto. L'Auspin aiutò la tua crociata. Come è difficile volervi bene, fratelli francesi! scrivemmo tutti. Poveri francesi, quanto eravamo ingiusti.Miracoli ne avvennero sempre, sulla tua strada. Si fecero comizi in tuo onore e tua difesa. C'era sempre un prete con le vesti che svolazzavano: ringhiava come un toscano arrabbiato. Binda non ti avrebbe più voluto.

Era difficile sopportarti, conoscevi ogni astuzia dialettica, ora che non andavi. Nel 1952 ti fermasti per Coppi, che aveva forato. Capì subito l'antifona. "C’è Carrea per questo", disse. "Non voglio la tua ruota." Poi, te ne saresti vantato.Come dire alla gente che non doveva più battersi per te? Vedemmo un olandese, Wagtmans, superarti in discesa. Conosceva al più gli ascensori, e tu i colli sublimi delle Alpi e delle Dolomiti: le stradicciole sghembe dei Pirenei. "Va' a casa, coglione", io ti gridai salendo alla Demi-lune, sopra Lione. "Avessi io i tuoi quattrini..." Sudavi affranto dopo neppur un chilometro. "Se non corro muoio", dicesti dopo una scrollata (e perdesti sudore come un vecchio ronzino). Eri indubbiamente sincero. Il muscolare sentiva che non avrebbe potuto far altro con tanta bravura.

La vita del borghese è difficile a reggersi. Ti hanno imbrogliato, come era fatale. Il papa ha smesso di riceverti. Qualche crociato è sceso dalla tua nave. Restava l'odio per Coppi, acre, smisurato, bellissimo. La gente disputava sul passato (come capita a chi non ha più miti validi). Odiava Coppi, borghese in fallo a sua volta, ma sempre ricco.

Tu eri sceso di sella e il tuo sorriso amaro si mutò in invettiva. Una specie di ineffabile Tecoppa si rivelò dai teleschermi. Divenisti simpatico di colpo: non ai crociati, ma agli altri che prima si seccavano: a me, a tutti. "Frate Cipolla", ti dissi, "ora è il momento di lavorare insieme." E con mio grande stupore mi accorsi che nessuno meglio di te sapeva vedere gli aspetti polemici del ciclismo.

* * *

Il giornalista Tecoppa gridava: "E mi non acetto!" con ammirevole sagacia. Non saprei più interpretare una corsa a tappe senza il tuo aiuto di critico, ormai. Ti considero un collega necessario: dunque il mio egoismo è senza macchia: volendoti bene, so quel che faccio. Talvolta sei un compagno adorabile. Bevi bene, fumi smodatamente anche tu, discuti, accetti e restituisci invettive. Sei proprio un brav'uomo, un onesto adesso. Volevo scriverti questa lettera per insultarti e non ci riesco. L'affare con Coppi non è una turlupinatura, è bontà. I fessi strillano, si sentono derubati di un mito. Vorrebbero eterno il tuo odio. E perché? Ogni motivo materialistico è caduto. Coppi è un povero signore, come il ciclismo italiano. Hai organizzato la San Pellegrino per rivelare giovani allo sport. E' uscito Coppi con Venturelli, simile a una zia che ha perduto fascino, e traina la nipote più avvenente, ancorché meno esperta.

Ahimé, vecchio Gino, di quante contraddizioni si arricchisce la nostra vita con gli anni. "In fondo", sei riuscito a dire durante la conferenza stampa, "è sempre stato un mio allievo. Dopo vent'anni, torna alle mie dipendenze. Lui dirigerà i ragazzi stando su due ruote, io su quattro. E se non mi obbedirà lo farò squalificare." Ah, che bellezza, ah, quante palle tonde per un soldino. Ginetto, andiamo a bere. Scendi immediatamente da quella macchina e fermiamoci all'ombra. Noi si deve ancor lavorare per vivere, ed ecco che passa quello smilzo Chisciotte a nome Coppi. Lui si danna tuttora per difendersi. Noi beviamo. Molti modi vi sono per campare. Questo è uno, e neppur tanto idiota. Alla salute, vecchio Ginetto. Nessun Boccaccio, per fantasioso che fosse, riuscirebbe più a vedere in te frate Cipolla. Ora sono convinto che preghi meglio di prima, e che le tue preghiere valgono di più. Allez, facciamoci un altro gotto. Al traguardo arriviamo lo stesso.

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