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BRERA A FIUME

Racconto inviatoci da Giuliano Coan coan.gi@ciaoweb.it


QUEL GIORNO CON GIANNI BRERA

Era una serata tiepida di fine anni Ottanta. A Fiume Veneto, con organizzazione tecnica curata in tandem da società calcistica e Comune (Giuliano Coan fu l'abile tessitore), l'ospite d'onore era Gianni Brera. Il grande giornalista e scrittore lombardo, nell'appuntamento fiumano, parlò del fenomeno calcio tra i giovani, dello sviluppo della coscienza sportiva, del pianeta dei dilettanti.

Anche Gianni Brera storico cronista del calcio mondiale e di tante finali di Coppacampioni, si è dunque "occupato" del piccolo Fiume Veneto. E, nella festa per il mezzo secolo che tanto successo sta riscuotendo, è bello ricordare anche questa straordinaria visita all'ambiente neroverde da parte del "guru" del giornalismo sportivo. Brera che alla grande cultura personale ha sempre affiancato l'innato buonsenso padano, diceva che togliere gli uomini di fantasia al pallone era come spegnere i riflettori allo stadio.

Il grande Gianni Brera l'uomo che donò poesia e spessore epico al giornalismo sportivo. Il 2 settembre '89 fu l'ospite d'onore del convegno per i 40 anni di calcio a Fiume Veneto. "Il dialogo sportivo con i friulani - disse quel giorno - è sempre una vera e propria pulsione intima. Sono fra la gente più bella d'Italia e intendersi con loro è molto facile, anzi piacevole. Qui, per dire il vero, mi sento a casa". Qualche tempo dopo, scrisse di suo pugno per la rivista Leadership il racconto di "quella notte" fiumana.

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di Gianni Brera

Due schede ho già pronte sul Fiume Veneto e Agnadello. L'invito dei fiumani è ufficiale.Vengono le autorità a rilevarmi: guida Coan, assiste Moretton, che è sindaco. M'impegno a tener conferenza in vastissima palestra. Di giorno si sarà svolta una festa dello sport: la sera parlerò io. Amo il Friuli, al quale appartiene Fiume Veneto, mi piacciono i friulani, di cui so che la borghesia è bilingue, avendo parlato veneto con gli occupanti veneziani.

Non dico de' trionfi oratòri camminando sul paradosso come un equilibrista sul cavo teso fra un comignolo e l'altro. Dico bensì d'un invito che mi onora, in un paese non molto discosto da Fiume. Ci andiamo in auto. Sbarchiamo alla chetichella davanti a un uscio (un di quegli usci) di casa contadina fradicia: la sala è occupata da un immenso tavolo di hiroko fatto d'un solo taglio (dir tavola sarebbe cacofonico: quanti uomini per circondare un albero di quella stazza?).A progettare il tavolo è un architetto Girardi dal quale mi accomiaterò verso le 7 del mattino seguente. Girardi è cugino d'un altro architetto a nome Jus, che confessa di aver già cenato ma ci rifà. Il padrone di casa è un costruttore edile a nome Angelo Bomben: sua figlia Vanessa ha 5 anni: prima di andare a letto ci vuol conoscere tutti. Saluta da moglie qualsiasi, con un patetico "mi raccomando": Angelo Bomben si asciuga le lacrime pur non avendo ancora bevuto (e dio sa quanto gli garbi).Lavora in cucina un dottore in chimica la cui madre ha preteso che rilevasse il ristorante posseduto e gestito dalla famiglia a Pordenone: si chiama Tino Morello.

Questi furlani dalla faccia chiara e onesta sono anche fanatici del canto: li dirige con la forchetta Giuseppe Bariviera, che quando stonano prepara buon materiale per il confessore. La pasta e fagioli è senza dubbio la migliore che sia stata mai imposta al mio naturale scetticismo. Ho dovuto lottare con prosciutti, bondiole e speck di altissimo tono.I vini erano serviti con annunci degni di una giostra cavalleresca (entra ora in lizza il prence Cabernet Franc, il duca Malbeck, ecc.). Irrompe il panificatore Aurelio Pin con una baguette di metri 2,50 appena tolta dal forno: ci ha scritto sul dorso: "W il Milan!" Per sua fortuna, il pane è fragrante e le mie dentiere lo assalgono illudendomi di sbriciolarlo al morso come gli ossi di un agnello allo spiedo.

La magnata si annuncia omerica, rotta qua e là dal ciant del gall e da una villotta che dice: Jestu un agnul o una frute?, Sei un angelo o una ragazza? È ineffabile il modo in cui un biascianotti (biassanoc in bolognese) si accosta ai suoi simili presi da sentimento, fame e sete. Il musetto con i fagioli è una sfida a monna Morte, sempre in agguato sull'orlo della mia ulcera gastrica. Coan deve portarmi a Milano per la partita; Morello esige di aprirmi l'ultima bottiglia di Madera (mai paura, si tratta d'un vino dolcissimo grato ad Anacreonte nei giorni di primavera). Sostiamo nel suo ristorante a Pordenone. Non ricordo quale sia. Ricordo bensì l'umanità di Morello, la cui generosità è molto vicina al sadismo. Coan mi carica su una Mercedes di suoi amici. Milano è lontana, ma solo fisicamente.Vengo scaricato da Francesco, dove nutro i compagni di viaggio.

Li saluto con greca prosopopea: tornano a Fiume Veneto per il meritato riposo. Io non ricordo quale incontro mi tocchi di vedere. Mi escono le pedate dal naso e dalle orecchie. In verità vi dico.Guardando le artificiali Dolomiti erette sullo stadio d'antan mi gira letteralmente la capa. I complicati tralicci per reggere il tetto di non so quale vetro mi ricordano i diabolici disegni di Leonardo inteso a convincere i coglioni che fossero necessarie quelle macchine per tagliare il burro o sbucciare i fagiolini dall'occhio.


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